Luciano Malusa, Antonio Rosmini e il suo ‘credo’ cattolico-liberale tra fedeltà al papato e critica del ‘dispotismo statalistico’

2.MalusaNon intendo trattare in questa sede della ‘genuinità’ del liberalismo di Rosmini, argomento da me affrontato in molte occasioni. Vorrei invece ricordare i momenti fondamentali in cui il pensatore manifestò la sua intenzione di ‘giovare’ alla causa nazionale con l’adesione piena alle idealità patriottiche, sostanziate dal liberalismo. Vorrei farlo in termini di libertà critica, in quanto a mio avviso Rosmini non sempre aderì alle teorie liberali in modo chiaro, e addirittura si distaccò da esse.

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Marco Majone, Giuseppe Ferrari tra intellettualismo etico-politico e democrazia sostanziale

3.MajoneSulla filosofia italiana possediamo, fin dai primi decenni del Novecento, più o meno pregevoli ricostruzioni storiche, a partire da quelle di Guido De Ruggiero e di Valentino Piccoli. Il pensiero di Giuseppe Ferrari (1811-1876) si mostra, ad una prima vista, contratto in uno schema ripetitivo che si spiega tra Vico, Hume e Romagnosi, ma che lì rimane, oziando in elucubrazioni retoriche e concettualismi pletorici che rendono anche complesso l’iter della riflessione.

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Jacopo Dell’Omo, Emanciparsi dalla Rivoluzione francese. La riflessione e il giudizio di Mazzini sul 1789

4.Dell'OmoAntonio Gramsci, nei suoi Quaderni del carcere, sottolineava l’esistenza di un rapporto di dipendenza tra la Rivoluzione francese e il Risorgimento italiano. Se durante il corso del Settecento l’unificazione nazionale iniziò a mostrarsi quale compito concreto, fu soltanto dopo il 1789 che essa diventò una missione consapevole all’interno di gruppi di cittadini e patrioti. Infatti, secondo Gramsci la Rivoluzione francese funzionò «come elemento di aggregazione e centralizzazione delle forze umane disperse in tutta la penisola e che altrimenti avrebbero tardato di più a “incentrarsi” e comprendersi tra loro»

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Antonio Di Meo, Dizionario dell’egemonia. Da Gioberti a Gramsci

5.Di Meo«In questi ultimi anni l’Italia risuscitò il greco vocabolo Egemonia, e perché troppi ne parlarono, i politici secondo gli interessi della loro parte, ed i filosofanti secondo la loro fantastica ideologia, avvenne che il greco suo significato si oscurò e si travolse». Così scriveva nel 1856 il filologo e orientalista abate Amedeo Peyron nell’articolo L’egemonia dei greci, col quale si proponeva di chiarire il significato originario di un termine che allora stava diventando di uso corrente in storia, in filosofia e in politica.

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Marcello Mustè, Idealismo e politica

Nella Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Benedetto Croce tracciò il profilo del­la politica e della cultura italiane nella svolta del secolo, intrecciando l’a­na­lisi della crisi del positivismo (con la conseguente «rinascita dell’ideali­smo») con quella, divenuta ormai drammatica, delle istituzioni liberali. […] Per tante ragioni, la Storia d’Italia rimane non solo un grande libro di storia, ma il documento di un vero e proprio dramma che la coscienza liberale, al­­l’in­domani dell’ascesa al potere del fascismo, si trovò a consumare sul corpo vivo della propria tradizione politica e ideale.

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Elia Zaru, Traiettorie globali nella tradizione politica dell’operaismo: Antonio Negri da «Quaderni Rossi» e «Classe Operaia» a Empire

7.ZaruL’esperienza dell’operaismo italiano è tra le più significative della storia politica e intellettuale dell’Italia repubblicana. Il fatto che nasca all’interno delle turbolente vicende che hanno interessato il movimento operaio dalla fine degli anni ’50 alla fine degli anni ’70 evidenzia la particolarità di quella che è stata definita la differenza italiana.

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Jacopo D’Alonzo, La filosofia politica di Giorgio Agamben. Concetti, metodi e problemi

8.D'AlonzoAgamben è divenuto negli ultimi anni uno dei filosofi italiani più in vista a livello internazionale. Il progetto Homo sacer, inaugurato nel 1995 con la pubblicazione del volume omonimo, si può senz’altro considerare come la ricerca che ha riscosso maggior successo di pubblico. Le ragioni sono da ricercare anzitutto nello stile: conciso ed essenziale nell’apparato bibliografico ma allo stesso tempo ricco di riferimenti eruditi – che ne costituiscono spesso il marchio di fabbrica – illustrati attraverso un vocabolario minimale e una prosa piana. Molto più vicino alla critica letteraria che alla saggistica accademica, ogni libro di Agamben si rivolge ad un pubblico ben più vasto di quello dei soli specialisti.

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