Antonio Di Meo, Uomo medio, uomo collettivo e capo carismatico. Momenti della riflessione gramsciana

GramsciIl concetto di uomo medio – e più in generale delle grandezze medie degli eventi e dei fenomeni sociali – deriva da quelle che dalla fine del Seicento erano state definite aritmetica sociale, matematica sociale o fisica sociale e poi, più avanti, sociologia, ossia scienza della società (Auguste Comte), in quanto per la loro intrinseca euristica esse conducevano alla elaborazione di concetti rappresentanti oggetti che Max Weber definirà in seguito ideal-tipici, nel nostro caso di tipo medio. Grande tentativo intellettuale, questo, realizzato in epoca moderna per estendere l’“impero del calcolo” nello studio delle società umane, per analizzarne i processi in maniera quantitativa e tentare di prevederli; tentativo che è continuato fino ai giorni nostri, sebbene con qualche contrasto, fra i quali quello di Antonio Gramsci.

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Massimiliano Biscuso, Nietzsche e il pessimismo di Leopardi

NietzscheLasciando ad altra occasione l’indagine sulla pertinenza di iscrivere Leopardi, per la sua presunta “affinità” a Nietzsche, alla storia del nichilismo, intendo in questa sede esaminare due momenti della ricezione nietzscheana della poesia di Leopardi, per mostrare come temi e immagini dei Canti, ripresi nella seconda Inattuale, riaffiorino dopo un lungo percorso sotterraneo in Così parlò Zarathustra – una risorgenza finora non individuata dalla pur cospicua letteratura critica, che al massimo ha notato come il rifiuto leopardiano di rivivere il passato contrasti con l’accettazione nietzscheana dell’eterno ritorno. Sarà così possibile gettare nuova luce su una delle pagine più complesse e suggestive del capolavoro di Nietzsche e sul suo «pensiero più abissale», e aggiungere un ulteriore capitolo alla già rilevante Wirkungsgeschichte della poesia e del pensiero di Leopardi nella cultura letteraria e filosofica europea.

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Gaspare Polizzi, Nietzsche e Leopardi. «Il filosofo della conoscenza tragica»

leopardi-giacomoIl sottotitolo della mia ricerca riprende una frase che si presenta nell’incipit del frammento 35 del gruppo 19 dei Frammenti postumi di Friedrich Nietzsche, databile estate 1872 – inizio 1873. Si tratta di un frammento che, a mio avviso, può costituire un efficace abbrivio per stabilire una linea del confronto di Nietzsche con Giacomo Leopardi, senza pretendere una trattazione completa del rapporto, ampiamente studiato tra i due pensatori. La frase definisce il filosofo, nella sua eccellenza greca, ma anche nella sua atemporalità. Cercherò di dimostrare come questo frammento possa leggersi insieme come un’auto-definizione del filosofo in Nietzsche e come un indicatore della specificità filosofica dell’opera di Leopardi.

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Marco Diamanti, Benedetto Croce e la fondazione dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici

croce_1950 Documentarsi sulla storia della sede che promuove la propria attività di ricerca è certamente il doveroso compito di chi si appresta a occuparne i locali per iniziare a svolgere la sua occupazione. Ma se, per altro verso, a una simile ricerca non dovesse accompagnarsi la altrettanto doverosa consapevolezza che la verità non nasce, come nella persuasione positivistica, dall’accertamento filologico dai fatti, ma si converte in certezza ed è essa stessa un fatto per intrinseca virtù dello spirito umano, si cadrebbe certamente nel difetto di «vacuità» in cui si avvilupparono quei «coscienziosi cultori» della «storiografia pura» di cui parlava Benedetto Croce.

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Almut-Barbara Renger, Tra storia e ragione: Vico e la promessa di un mito classico

vico_i In termini di geografia culturale, il bacino del Mediterraneo ha fornito lo spazio vitale per l’emergenza eventuale di una idea di Europa unita composta da pluralità. La tensione produttiva tra identità e differenza – una dinamica che definisce l’Europa fino ad oggi – è forse più percepibile nella disseminazione e recezione dei vari miti. La confluenza delle narrazioni indo-europee, egiziane-semitiche e indigene ha nutrito lo sviluppo della mitografia classica, greco-romana, che, in seguito, avrebbe suscitato una ricca gamma di interpretazioni culturali tra i diversi linguaggi e le istituzioni della regione.

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Aniello Montano, Vico poeta dell’alba

sn È convinzione ormai comune tra gli studiosi di Vico che le tante opere del filosofo napoletano, più che la creazione di un genio isolato (come volevano Spaventa, Croce e Gentile), siano altrettante risposte a problemi puntuali e concreti dibattuti a Napoli tra Seicento e Settecento. Il pensiero filosofico di Vico, infatti, fiorì in quella magnifica stagione in cui Napoli si apriva alla cultura europea e la cultura europea scopriva la cultura napoletana.

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