Marco Diamanti, Benedetto Croce e la fondazione dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici

croce_1950 Documentarsi sulla storia della sede che promuove la propria attività di ricerca è certamente il doveroso compito di chi si appresta a occuparne i locali per iniziare a svolgere la sua occupazione. Ma se, per altro verso, a una simile ricerca non dovesse accompagnarsi la altrettanto doverosa consapevolezza che la verità non nasce, come nella persuasione positivistica, dall’accertamento filologico dai fatti, ma si converte in certezza ed è essa stessa un fatto per intrinseca virtù dello spirito umano, si cadrebbe certamente nel difetto di «vacuità» in cui si avvilupparono quei «coscienziosi cultori» della «storiografia pura» di cui parlava Benedetto Croce.

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Almut-Barbara Renger, Tra storia e ragione: Vico e la promessa di un mito classico

vico_i In termini di geografia culturale, il bacino del Mediterraneo ha fornito lo spazio vitale per l’emergenza eventuale di una idea di Europa unita composta da pluralità. La tensione produttiva tra identità e differenza – una dinamica che definisce l’Europa fino ad oggi – è forse più percepibile nella disseminazione e recezione dei vari miti. La confluenza delle narrazioni indo-europee, egiziane-semitiche e indigene ha nutrito lo sviluppo della mitografia classica, greco-romana, che, in seguito, avrebbe suscitato una ricca gamma di interpretazioni culturali tra i diversi linguaggi e le istituzioni della regione.

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Aniello Montano, Vico poeta dell’alba

sn È convinzione ormai comune tra gli studiosi di Vico che le tante opere del filosofo napoletano, più che la creazione di un genio isolato (come volevano Spaventa, Croce e Gentile), siano altrettante risposte a problemi puntuali e concreti dibattuti a Napoli tra Seicento e Settecento. Il pensiero filosofico di Vico, infatti, fiorì in quella magnifica stagione in cui Napoli si apriva alla cultura europea e la cultura europea scopriva la cultura napoletana.

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Luciano Malusa, Antonio Rosmini e il suo ‘credo’ cattolico-liberale tra fedeltà al papato e critica del ‘dispotismo statalistico’

2.MalusaNon intendo trattare in questa sede della ‘genuinità’ del liberalismo di Rosmini, argomento da me affrontato in molte occasioni. Vorrei invece ricordare i momenti fondamentali in cui il pensatore manifestò la sua intenzione di ‘giovare’ alla causa nazionale con l’adesione piena alle idealità patriottiche, sostanziate dal liberalismo. Vorrei farlo in termini di libertà critica, in quanto a mio avviso Rosmini non sempre aderì alle teorie liberali in modo chiaro, e addirittura si distaccò da esse.

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Marco Majone, Giuseppe Ferrari tra intellettualismo etico-politico e democrazia sostanziale

3.MajoneSulla filosofia italiana possediamo, fin dai primi decenni del Novecento, più o meno pregevoli ricostruzioni storiche, a partire da quelle di Guido De Ruggiero e di Valentino Piccoli. Il pensiero di Giuseppe Ferrari (1811-1876) si mostra, ad una prima vista, contratto in uno schema ripetitivo che si spiega tra Vico, Hume e Romagnosi, ma che lì rimane, oziando in elucubrazioni retoriche e concettualismi pletorici che rendono anche complesso l’iter della riflessione.

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Jacopo Dell’Omo, Emanciparsi dalla Rivoluzione francese. La riflessione e il giudizio di Mazzini sul 1789

4.Dell'OmoAntonio Gramsci, nei suoi Quaderni del carcere, sottolineava l’esistenza di un rapporto di dipendenza tra la Rivoluzione francese e il Risorgimento italiano. Se durante il corso del Settecento l’unificazione nazionale iniziò a mostrarsi quale compito concreto, fu soltanto dopo il 1789 che essa diventò una missione consapevole all’interno di gruppi di cittadini e patrioti. Infatti, secondo Gramsci la Rivoluzione francese funzionò «come elemento di aggregazione e centralizzazione delle forze umane disperse in tutta la penisola e che altrimenti avrebbero tardato di più a “incentrarsi” e comprendersi tra loro»

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